The Guardian scova i dati di Google sulle richieste di oblio

The Guardian scova i dati di Google sulle richieste di oblio

La rivista inglese “The Guardian” ha pubblicato i dati relativi alle richieste di “essere dimenticati” avanzate a Google dal mese di maggio dell’anno scorso a marzo 2015, rivelando quanto è percepito il diritto all’oblio dai cittadini europei.

Il 95% delle domande di cancellazione dei dati e delle informazioni che li riguardano provengono da privati cittadini che desiderano pervicacemente difendere la propria privacy. Quindi solo il 5% proviene da personaggi pubblici di alto profilo o da persone più o meno note, salite alla ribalta per fatti di cronaca o di politica.

The Guardian, che ha trovato i dati di cui si parla nel trasparency report (che indica la scala e la classificazione dei tipi di richieste trattate da Google), osserva che i 2/3 delle richieste sono state bocciate da Google e dei restanti casi non è possibile individuare un denominatore comune tra le decisioni assunte in favore di coloro che hanno esercitato la tutela all’oblio a causa dell’assenza di linee guida e criteri in base ai quali accogliere e rigettare le richieste.

Laddove è stata accolta l’istanza all’oblio, il maggior successo di cancellazione dai risultati di ricerca si registra sulla rimozione del nominativo dalle ricerche e in molti di questi casi la rimozione ha consentito anche l’eliminazione di informazioni personali. Meno dell’1% delle richieste ha avuto successo in relazione agli altri tipi di emissione generati dal codice sorgente (reato grave, personalità, politica, protezione dei minori).

Google, dal canto suo, si è giustificato affermando di essere sempre stato il più trasparente possibile e di eseguire un test per capire come giungere ad una migliore classificazione delle richieste, l’esito del test è stato però negativo perché ha restituito risultati non attendibili.
Per quanto inaffidabili i dati mostrano quanto sia importante il diritto all’oblio per i cittadini europei che spesso sono vittime inconsapevoli del fallimento dell’algoritmo utilizzato dai motori di ricerca per generare i risultati. Pertanto come si può biasimare chi, vedendo circolare informazioni che lo riguardano, agisce per proteggere la propria vita privata, soprattutto se non ha diffuso scientemente notizie che lo delineano in modo falsamente realistico?

Questa volta possiamo dire menomale che c’è The Guardian!

Fonte: The Guardian

Luciana Spina

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